La legenda di san Pietro eremita e confessore

di Luchina Branciani

L’amministrazione comunale si è fatta promotrice dell’iniziativa di pubblicare la trascrizione e la traduzione della così detta “Legenda di San Pietro”,  come trascritta dal Pierantoni nel XV volume delle Memorie del Lazio, che racconta la storia del nostro Santo Protettore scritta su pergamena da un sacerdote canonico di Trevi chiamato Pietro nella seconda  metà del duecento, allorquando era ancora viva la memoria della tradizione orale sull’opera e l’insegnamento del Santo. Tale pergamena è andata perduta nel 1936 e l’ultimo a leggerla fu mons. Filippo Caraffa che poté constatare come la stessa fosse stata trascritta fedelmente dal Pierantoni nel XV volume. L’opera di trascrizione e traduzione è stata affidata all’archeologa e filologa Luchina Branciani che ha già trascritto l’opera del Mirzio (monaco benedettino che ha scritto la storia dei monasteri di Subiaco) per l’abbazia di Santa Scolastica a Subiaco, ottenendo un grande plauso della critica e della storiografia contemporanea; per questo dobbiamo un doveroso ringraziamento a Rita Sibilia che ci ha suggerito lo scorso anno di affidarci alla competenza ed all’esperienza della dottoressa Branciani. Tale lavoro s’inserisce nell’ambito dei festeggiamenti degli ottocento anni della canonizzazione del nostro Patrono, e rappresenta il primo passo verso la trascrizione integrale dell’opera del Pierantoni, di cui fin’ora è stato pubblicato soltanto l’undicesimo volume dell’Aniene Illustrato ( una trascrizione della copia dell’XI volume custodita in chiesa era stata fatta da mons. Filippo Caraffa e pubblicata nel volume edito), che costituisce una miniera di notizie  per lo studio storico del territorio della nostra regione. Un interrogativo si pone dinanzi alle nostre riflessioni, vale a dire se rispetto ad una società contemporanea massificata in relazione ai modelli sociali edonistici propinati dai media e dalla pubblicità, elevati spesso a piedistallo del sistema, abbia ancora senso parlare di valori morali e religiosi ancorati ad un interesse euristico che cerchi risposte adeguate e non banali alla complessità del presente. Ed è qui che soccorre la figura di San Pietro Eremita, la sua testimonianza di fede in Dio e di fiducia negli uomini, nella loro capacità di riscatto individuale e sociale, anche quando mostrano un’iniziale diffidenza ed incredulità. Ed è quello che è accaduto al popolo di Trevi, dapprima perplesso di fronte all’opera di San Pietro Eremita e poi rapito dalla sua personalità, dal suo insegnamento, dai suoi miracoli tanto da incidere in modo sostanziale negli aspetti civili, religiosi, sociali e culturali del nostro popolo nel corso dei secoli fino ai nostri giorni, senza mai conoscere un momento di rallentamento o di difficoltà. Basti pensare che il momento più importante dell’anno del popolo trebano è proprio quello della festa del Patrono che vede accomunati tutti i cittadini residenti o oriundi, il rapporto con i compari di Rocca di Botte, il fatto che il nome più diffuso tra la popolazione maschile sia quello di Pietro,  che migliaia di persone  sentano il bisogno di partecipare alla processione del 29 agosto, ed i tanti che non possono essere a Trevi per quella sera avvertano un bisogno di raccoglimento, quasi che udissero le campane intonare la scampaniata e  l’urlo festante della gente gridare “Evviva San Pietro”, non come semplice gesto rituale o abitudinario, ma come convinta partecipazione ad un patto di amicizia ed ad una alleanza di fraternità che fa di San Pietro l’amico, il fratello, il Protettore, come recita anche il motto che sovrasta la colomba con i cinque monti simbolo dello stemma di Trevi “ Hoc tuta Patrono” “sicura sotto questo Patrono”. E’ questo un fenomeno antropologico più che sociologico, perché affonda le sue radici nel corso della storia e mai ha conosciuto flessioni o tramonti, anzi rinverdisce e si rafforza ogni anno in virtù di questo patto e di questa alleanza, nella consapevolezza che nella “Messa in Trono”, nella Processione e nel “Bacio” al Busto del Santo il 6 settembre quando viene “Rimesso”, si partecipi a quello spirito assoluto hegeliano che coincide con la storia di un intero popolo e di un’intera comunità. San Pietro come riferimento ideale e reale di valori che guardano alla Fede ed alla Speranza come riscatto morale e sociale di ogni uomo, dinanzi al tentativo di marginalizzazione sociale ed economica che la società contemporanea propina nei suoi precari valori e nei suoi discutibili modelli. E come nel passato a San Pietro si rivolgevano i Trebani per superare le difficoltà individuali e collettive  dalle carestie alla siccità, ancora oggi i cittadini si rivolgono a Lui con animo sincero e sereno, sicuri di trovare un’ancora per le loro necessità ed un rifugio per i loro problemi. Emblema e  metafora di questo percorso generazionale nei secoli è rappresentato dal “Tugurio o Pollaio” luogo nel quale San Pietro è morto secondo tradizione il 30 agosto del 1052, e sul quale nella seconda metà del seicento è stata edificata una chiesa che porta il suo nome, dove vi è una nuda pietra su cui è adagiata una statua in legno di San Pietro morente; ebbene, il fascino, la spiritualità che promana ne fa sicuramente il luogo più caro ai trebani, che per onorare il Santo non portavano  fiori, bensì  spighe di grano dei loro campi, come segno di ringraziamento per il raccolto e per intercedere preghiere e benedizioni. Ancora oggi un mazzetto di spighe di grano fa da compagnia alla solitudine del “Pollaio”. Ecco, questo ponte tra  passato e presente, questo arco che s’insinua  tra i campi biondeggianti dell’antica civiltà contadina, ed i prati ora verdeggianti nelle mattine d’agosto di Morani, di Pantano e di Sosiglio, ci restituiscono quello che Ungaretti chiamava il Sentimento del Tempo, vale a dire la consapevolezza di un popolo e di una comunità che non hanno mai smarrito la via della Fede e della Speranza. La figura di San Pietro dunque, immanente e trascendente alla nostra comunità, presente sia in mezzo a noi con la familiarità di un amico e di un fratello, ma anche  sopra di noi nel nostro cielo stellato come faro e come luce che illumina e fa risplendere le nostre valli ed i nostri popoli.

                                                                                         Silvio Grazioli, Sindaco di Trevi nel Lazio




 

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